Un racconto tratto dal libro: Alessandro Ialenti, Racconti vaganti, 2016
Un
filosofo in un’osteria (di Alessandro Ialenti)
In una
sera d’inverno, ricamata dalla lenta e silente discesa di fiocchi
di neve soffusa, che si posava sull’asfalto dal colore cupamente
grigio, un filosofo entrò in un’osteria, aveva l’aria
dinoccolata dell’intellettuale scapigliato ottocentesco: i suoi
capelli mossi disegnavano strane linee sulla sua fronte leggermente
corrucciata, sulla punta del naso portava degli occhialini piccolini
dalle lenti ovoidali, che suscitarono il beffardo sorriso di alcuni
avventori, seduti sul tavolo vicino a quello presso il quale egli si
accomodò. Si tolse il pastrano di color marrone nocciola, la sua
lunga sciarpa verde smeraldo, esibendo, quindi, una giacca a righe
marroni di velluto che gli stava proprio a pennello. Chiamò l’oste
ed ordinò un litro di vino rosso sfuso: molti per praticità
ordinavano le classiche bottiglie di vini toscani, piemontesi, umbri,
veneti, laziali, pugliesi e siciliani, che venivano venduti in
quell’osteria, rinomata in città, ma egli optò per il vino della
casa, prodotto dai contadini della zona. Il giovane filosofo amava
contemplare quel rituale della caraffa di vetro che veniva prima
risciacquata più volte e poi riempita dalle sapienti mani dell’oste,
che gli sorrise simpaticamente.
Il
filosofo contemplò in silenzio la caraffa di vino, prima di
afferrarne il manico ricurvo di vetro dalle linee graziosamente
tondeggianti, per poi versarne il contenuto nel calice di vetro,
servito dall’oste su un piatto d’argento, sui lati del quale si
trovavano alcuni arabeschi molto graziosi, che in un primo momento,
attirarono lo sguardo attento del filosofo.
Uno degli
avventori che aveva precedentemente deriso il filosofo per via degli
occhialini buffi, disse al suo amico, con un tono di voce alquanto
squillante: «Certo...che il filosofo, come lo chiamate qui...è
strano forte...ma che è già ubriaco? Si è messo a fissare la
caraffa come ipnotizzato...» Il filosofo sorrise sotto ai baffi e
rispose: «Tu guardi solo all’apparenza di ciò che vedi, mentre io
contemplo l’essenza che va oltre l’apparenza: ecco tutto! Tu cosa
vedi davanti a me?». Il giovane con aria irridente: «Ho capito che
sei filosofo, ma pensi che io sia cieco? Una caraffa piena di
vino...». Il filosofo: «Non hai notato che questa caraffa non è
piena di vino, infatti, se tu osservassi bene, vedresti che mancano
ben due dita al collo della caraffa: essa non è piena di vino, ma
noi la intendiamo così per praticità comunicativa. Non trovi?»
Il ragazzo
sbuffando: «Certo che voi filosofi non avete altro da fare che
rompere le scatole alla gente con domande strane: io sono uno
semplice e
diretto,
quindi, ti dico, che quella caraffa è piena perché così mi sembra
e sembra anche all’oste, che te l’ha portata, no?», rispondendo
in cotale modo, il ragazzo si voltò alla volta dell’oste, il quale
annuì e rimase in silenzio per rispetto dell’amico filosofo, il
quale non esitò a versarsi un mezzo bicchiere di vino rosso. Dopo
aver versato una discreta quantità di vino rosso nel bicchiere, il
filosofo chiese al giovane che lo contraddiceva, se egli credesse di
vedere un bicchiere mezzo pieno o uno mezzo vuoto.
Il giovane
rispose di vederlo mezzo vuoto e che avrebbe preferito vederlo tutto
pieno di vino rosso per poi berlo tutto d’un sorso.
Il
filosofo sogghignò, dicendo che tale descrizione non lo aveva
affatto stupito, poiché corrisponde perfettamente alla visione
gretta di chi vede solo l’apparenza del trangugiare una bevanda
senza degustarla, ma a parte questo elemento estetico, era la
contraddizione di base che non convinceva il filosofo, il quale
disse: «Allora non osservi proprio bene, come fai a dire che il
bicchiere è mezzo vuoto, se prima di ho dimostrato che non era
pieno, ma che era già vuoto, visto che due dita di vuoto c’erano?
Il vuoto, in realtà, non esiste, perché è sempre pieno di
qualcosa, quindi il bicchiere non è né pieno per metà, né vuoto
per metà, ma è sempre pieno, e anche se non lo fosse, avremmo
sempre l’idea della pienezza. Non trovi?»
Detto
questo, il filosofo afferrò di nuovo la caraffa, e riempì il
bicchiere fino all’orlo, per poi portarlo lentamente alla bocca e
bere il vino a piccoli sorsi, invitando quel ragazzo, ancora
perplesso per la risposta ricevuta, a sedersi accanto a lui per
continuare a conversare. Gli altri amici del giovane continuarono a
giocare a carte e a fischiettare, deridendo l’amico, il quale, in
quel momento, fu così tanto affascinato dal filosofo, da arrivare
addirittura a scusarsi con lui: il ragazzo volle pagare il vino e
ringraziò il filosofo, poiché quest’ultimo gli fece comprendere
che le cose bisogna imparare a vederle da punti di vista diversi,
prima di elargire giudizi che pretendono di essere tautologicamente
assoluti.
©Alessandro Ialenti, Racconti vaganti, 2016.
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