Quale Europa? La crisi assiologica e geopolitica del Vecchio Continente
(di Alessandro Ialenti)
Dopo due Guerre Mondiali, caratterizzate da veri e propri fiumi di sangue che hanno irrorato l’intero continente europeo, si profilò, all’indomani della Seconda Guerra Mondiale un nuovo progetto, quello della Comunità Europea, il quale, pur con le difficoltà e le contraddizioni insite in esso, si prefiggeva lo scopo di creare una base solidale per la ricostruzione economica e sociale europea, evitando il ripetersi di ulteriori catastrofi belliche. Questo era lo spirito di De Gasperi, Adenauer, De Gaulle, Spinelli e molti altri statisti che erano intenti a ricucire una serie di rapporti inaspriti dalle tensioni sociali e dai rancori nazionalisti che ogni conflitto bellico porta con sé.
Oggi, a distanza di settant’anni dall’inizio di questo sogno europeo, che era stato, seppur con le dovute differenze filosofiche, il medesimo di Kant e Mazzini, possiamo, da un lato, constatare una serie di conquiste sociali, politiche e culturali comuni (diritto alla libera circolazione europea, collaborazioni internazionali europee etc...), le quali contribuiscono a fortificare il senso di unità e utilità dell’Unione Europea, dall’altro, tentare di focalizzare i problemi fondamentali e le contraddizioni all’interno della politica europa attuale. In questo articolo tenterò di inquadrare la questione su due piani concettuali distinti, ma anche dialetticamente connessi tra di loro: il piano socio-economico e quello amministrativo-geopolitico. Ritengo che la realizzazione di una vera e autentica unità europea o, quantomeno, di una Europa solidale sia raffigurabile in una metafora, quella di una bilancia, nella quale i suddetti piani sono come i suoi piatti. Una politica europea equa e uniforme, cosa che attualmente non sembra esservi, consiste nel creare un’equilibro sul «piatto» socio-economico e su quello amministrativo-geopolitico, in modo tale che essi possano portare ad un giusto equilibrio all’interno dell’Europa.
Il piano socio-economico europeo e la sua crisi attuale
Una delle questioni più controverse e complesse è sicuramente quella della percezione della cultura europea da parte dei vari popoli europei, al quale si accompagna, spesso, un approccio amministrativo sterile e burocratico da parte di Bruxelles. L’introduzione della moneta unica europa, che non è da confondersi con l’Unione Europea, è stata una sfida insolita, una sorta di costruzione amministrativa e finanziaria che, caso più unico che raro, ha tentato di unificare sul piano della politica economica monetaristica, ciò che, in realtà, appare come un sistema eterogeneo di strutture amministrative, sociali e politiche nazionali. In questa sede non intendo inoltrarmi nel complesso dibattito inerente la positività o meno di tale moneta unica, bensì soffermarmi, sinteticamente, su alcuni errori, commessi in sede politica nella gestione della cosiddetta crisi dell’Euro: si è pensato, soprattutto sull’onda della crisi del 2008, le cui cause sono da rintracciarsi nelle ambigue logiche di cabotaggio finanziarie statunitensi foraggiate dalle agenzie di rating, di imporre discipline di bilancio con pugno duro, fomentando, spesso, dissensi in gran parte della società civile; certo, in taluni casi, era necessario implementare una inversione di rotta nella gestione sbagliata, spesso incentrata su una dilagante corruzione di apparati statali (come nel caso della Grecia), ma, talvolta, si è ecceduto, senza considerare gli effetti politici, i quali hanno portato all’emergere di movimenti populisti e nazionalisti, che, facendo leva su problematiche reali, tangibili e cogenti, non esitano a demonizzare l’intero progetto europeo. Gli europeisti fedeli alla linea del rigore e del superamento dell’autonomia statale nazionale hanno iniziato a gettar fango sul populismo di destra, non comprendendone però il fondamento sociale: ciò è un grave errore di calcolo politico, soprattutto, quando coloro che si definiscono progressisti, laburisti o socialisti, invece di tutelare lo stato sociale, fanno il gioco opposto, creando politiche di deregulation e di privatizzazione, spesso folle e insensata, che di sicuro tutto è, fuorché una politica socialista.
Ecco, allora, che l’Europa si è mostrata un gigante economico, ma un nano politico, condizionata dalla politica egemonica della Germania merkeliana e della pavidità di altre nazioni (Francia, Gran Bretagna e Italia), le quali non hanno saputo o voluto, nel corso degli ultimi anni, opporre alternative concrete alla potenza economica e produttiva teutonica, la quale, ironia della sorte, se osservata bene, dipende molto di più dalle economie di Francia, Gran Bretagna e Italia (giusto per citare le altre economie forti europee, a livello di PIL), di quanto queste non lo siano nei confronti della medesima. La crisi assiologica dell’Europa dipende proprio dalla mancanza di una coesione di strutture sociali adeguate che possano essere equilibrate all’interno di realtà nazionali diverse tra di loro: non basta una moneta unica, quando non esiste uno stato sociale comune o un sistema pensionistico equipollente all’interno dei vari Paesi della zona Euro. Inoltre è interessante notare lo squilibrio assiologico presente nella percezione amministrativa delle realtà geopolitiche europee. Proprio alla luce di tale squilibrio è stato architettato dai signori della finanza europea e mondiale
un teatro mediatico enorme teso a giustificare la più bieca e subdola speculazione finanziaria nei confronti della Grecia ed, in parte della Spagna e del Portogallo: ciò ha contribuito a fomentare un sentimento di astio nei confronti della politica monetaria europea, la quale è stata successivamente confusa con quella politica. In questo marasma generale, occorrebbe fare chiarezza filosofica e politica, riscoprendo gli originari valori europei originari, i quali non sono solo quelli della finanza e della mera Machtpolitik economica, bensì quelli di una solidarietà concreta. Una solidarietà che spesso viene spesso sbandierata retoricamente, ma raramente manifestata nel contesto della politica concreta e pragmatica europea.
Il piano amministrativo e geopolitico europeo: problemi e prospettive
Il processo di crisi acuta che sta avendo la prassi politica europea è sotto agli occhi di tutti: la migrazione biblica di profughi siriani, afghani o africani che sta avendo luogo da anni, ma che ora, per una serie di contingenze politiche complesse, ha raggiunto il suo culmine, sta rivelando tensioni nazionali e politiche tra molti Stati europei preoccupanti. La Merkel ha tentato, qualche mese fa, con piglio idealista, profuso da un protestante rigore etico kantiano, di creare una politica di accoglienza totale nei confronti dei profughi, lodabile da un punto di vista umanitario, ma estremamente problematica da un punto di vista amministrativo e geopolitico. La crisi di consenso che la Merkel sta avendo in Germania è un effetto tangibile di tale linea politica. Eppure, credo che sia troppo facile e neanche onesto puntare l’indice solo contro il cancelliere tedesco: tutti hanno una responsabilità enorme davanti ai profughi e alle guerre. Occorre, allora, pensare da un punto di vista dialettico e comprendere le contraddizioni che sono alla base delle carenze amministrative europee nel gestire tale flusso di profughi o altre questioni inerenti la politica europea all’interno dello scacchiere interno: per anni si è creduto che l’asse Parigi-Berlino fosse il fulcro della dinamica politica europea, ma tale sistema sembra vacillare; si è compiuto, inoltre, l’errore fatale di considerare l’Europa mediterranea (Italia, Spagna, Portogallo, Grecia) come periferica, quindi assoggettata alle logiche amministrative centralistiche della Mitteleuropa (Germania) o dell’Europa occidentale (Francia e, in parte, Regno Unito). Tutto ciò ha portato a squilibri molto forti che la crisi attuale sta mostrando in tutta la sua drammatica cogenza. L’Ungheria, l’Austria, ma anche i Paesi scandinavi (Svezia in primis) stanno chiudendo le frontiere o intensificando i controlli presso le dogane nazionali per impedire che il flusso di profughi possa diventare ancora più ingestibile; la Polonia entra in diatriba politica con la Germania proprio sulla questione delle quote di profughi da assegnare e riemergono vecchi rancori germanofobi da un lato e slavofobi dall’altro. Anche qui, occorrerebbe fare chiarezza e ponderare pragmaticamente i giudizi politici senza cadere né in uno sciovinismo nazionalista retorico né in un europeismo buonista e parolaio che non tiene conto delle differenze storiche e culturali delle differenti realtà nazionali europee. La Polonia o la Repubblica Ceca, ad esempio, hanno fatto salti mortali per entrare a far parte dell’Unione Europea e beneficiare dei vari programmi economici, ma quando si è trattato di manifestare una concreta solidarietà europea, hanno mostrato il loro atteggiamento fortemente nazionalista. Lo stesso dicasi della Gran Bretagna, la quale, con tipico pragmatismo anglosassone, sa gestire e manipolare al meglio la sua posizione geo-politica e culturale non continentale, creando delle pressioni talvolta veramente supponenti nei confronti di altri Paesi Europei, come Germania, Francia e Italia che hanno un’economia e una storia culturale europea non inferiore a quella britannica. Inoltre, non si comprende bene dove finisca e dove termini l’Europa a livello geo-politico: geograficamente l’Europa termina al confine della catena montuosa degli Urali, ma, per molti, finisce al confine polacco o forse a quello tedesco. Anche qui occorre elaborare una politica di integrazione europea che possa concretizzarsi in una chiarezza di responsabilità comuni europee costruttive per un futuro di pace ed equità sociale all’interno del Vecchio Continente.
©Alessandro Ialenti 2016
Quale Europa? La crisi assiologica e geopolitica del Vecchio Continente
(di Alessandro Ialenti)
Dopo due Guerre Mondiali, caratterizzate da veri e propri fiumi di sangue che hanno irrorato l’intero continente europeo, si profilò, all’indomani della Seconda Guerra Mondiale un nuovo progetto, quello della Comunità Europea, il quale, pur con le difficoltà e le contraddizioni insite in esso, si prefiggeva lo scopo di creare una base solidale per la ricostruzione economica e sociale europea, evitando il ripetersi di ulteriori catastrofi belliche. Questo era lo spirito di De Gasperi, Adenauer, De Gaulle, Spinelli e molti altri statisti che erano intenti a ricucire una serie di rapporti inaspriti dalle tensioni sociali e dai rancori nazionalisti che ogni conflitto bellico porta con sé.
Oggi, a distanza di settant’anni dall’inizio di questo sogno europeo, che era stato, seppur con le dovute differenze filosofiche, il medesimo di Kant e Mazzini, possiamo, da un lato, constatare una serie di conquiste sociali, politiche e culturali comuni (diritto alla libera circolazione europea, collaborazioni internazionali europee etc...), le quali contribuiscono a fortificare il senso di unità e utilità dell’Unione Europea, dall’altro, tentare di focalizzare i problemi fondamentali e le contraddizioni all’interno della politica europa attuale. In questo articolo tenterò di inquadrare la questione su due piani concettuali distinti, ma anche dialetticamente connessi tra di loro: il piano socio-economico e quello amministrativo-geopolitico. Ritengo che la realizzazione di una vera e autentica unità europea o, quantomeno, di una Europa solidale sia raffigurabile in una metafora, quella di una bilancia, nella quale i suddetti piani sono come i suoi piatti. Una politica europea equa e uniforme, cosa che attualmente non sembra esservi, consiste nel creare un’equilibro sul «piatto» socio-economico e su quello amministrativo-geopolitico, in modo tale che essi possano portare ad un giusto equilibrio all’interno dell’Europa.
Il piano socio-economico europeo e la sua crisi attuale
Una delle questioni più controverse e complesse è sicuramente quella della percezione della cultura europea da parte dei vari popoli europei, al quale si accompagna, spesso, un approccio amministrativo sterile e burocratico da parte di Bruxelles. L’introduzione della moneta unica europa, che non è da confondersi con l’Unione Europea, è stata una sfida insolita, una sorta di costruzione amministrativa e finanziaria che, caso più unico che raro, ha tentato di unificare sul piano della politica economica monetaristica, ciò che, in realtà, appare come un sistema eterogeneo di strutture amministrative, sociali e politiche nazionali. In questa sede non intendo inoltrarmi nel complesso dibattito inerente la positività o meno di tale moneta unica, bensì soffermarmi, sinteticamente, su alcuni errori, commessi in sede politica nella gestione della cosiddetta crisi dell’Euro: si è pensato, soprattutto sull’onda della crisi del 2008, le cui cause sono da rintracciarsi nelle ambigue logiche di cabotaggio finanziarie statunitensi foraggiate dalle agenzie di rating, di imporre discipline di bilancio con pugno duro, fomentando, spesso, dissensi in gran parte della società civile; certo, in taluni casi, era necessario implementare una inversione di rotta nella gestione sbagliata, spesso incentrata su una dilagante corruzione di apparati statali (come nel caso della Grecia), ma, talvolta, si è ecceduto, senza considerare gli effetti politici, i quali hanno portato all’emergere di movimenti populisti e nazionalisti, che, facendo leva su problematiche reali, tangibili e cogenti, non esitano a demonizzare l’intero progetto europeo. Gli europeisti fedeli alla linea del rigore e del superamento dell’autonomia statale nazionale hanno iniziato a gettar fango sul populismo di destra, non comprendendone però il fondamento sociale: ciò è un grave errore di calcolo politico, soprattutto, quando coloro che si definiscono progressisti, laburisti o socialisti, invece di tutelare lo stato sociale, fanno il gioco opposto, creando politiche di deregulation e di privatizzazione, spesso folle e insensata, che di sicuro tutto è, fuorché una politica socialista.
Ecco, allora, che l’Europa si è mostrata un gigante economico, ma un nano politico, condizionata dalla politica egemonica della Germania merkeliana e della pavidità di altre nazioni (Francia, Gran Bretagna e Italia), le quali non hanno saputo o voluto, nel corso degli ultimi anni, opporre alternative concrete alla potenza economica e produttiva teutonica, la quale, ironia della sorte, se osservata bene, dipende molto di più dalle economie di Francia, Gran Bretagna e Italia (giusto per citare le altre economie forti europee, a livello di PIL), di quanto queste non lo siano nei confronti della medesima. La crisi assiologica dell’Europa dipende proprio dalla mancanza di una coesione di strutture sociali adeguate che possano essere equilibrate all’interno di realtà nazionali diverse tra di loro: non basta una moneta unica, quando non esiste uno stato sociale comune o un sistema pensionistico equipollente all’interno dei vari Paesi della zona Euro. Inoltre è interessante notare lo squilibrio assiologico presente nella percezione amministrativa delle realtà geopolitiche europee. Proprio alla luce di tale squilibrio è stato architettato dai signori della finanza europea e mondiale
un teatro mediatico enorme teso a giustificare la più bieca e subdola speculazione finanziaria nei confronti della Grecia ed, in parte della Spagna e del Portogallo: ciò ha contribuito a fomentare un sentimento di astio nei confronti della politica monetaria europea, la quale è stata successivamente confusa con quella politica. In questo marasma generale, occorrebbe fare chiarezza filosofica e politica, riscoprendo gli originari valori europei originari, i quali non sono solo quelli della finanza e della mera Machtpolitik economica, bensì quelli di una solidarietà concreta. Una solidarietà che spesso viene spesso sbandierata retoricamente, ma raramente manifestata nel contesto della politica concreta e pragmatica europea.
Il piano amministrativo e geopolitico europeo: problemi e prospettive
Il processo di crisi acuta che sta avendo la prassi politica europea è sotto agli occhi di tutti: la migrazione biblica di profughi siriani, afghani o africani che sta avendo luogo da anni, ma che ora, per una serie di contingenze politiche complesse, ha raggiunto il suo culmine, sta rivelando tensioni nazionali e politiche tra molti Stati europei preoccupanti. La Merkel ha tentato, qualche mese fa, con piglio idealista, profuso da un protestante rigore etico kantiano, di creare una politica di accoglienza totale nei confronti dei profughi, lodabile da un punto di vista umanitario, ma estremamente problematica da un punto di vista amministrativo e geopolitico. La crisi di consenso che la Merkel sta avendo in Germania è un effetto tangibile di tale linea politica. Eppure, credo che sia troppo facile e neanche onesto puntare l’indice solo contro il cancelliere tedesco: tutti hanno una responsabilità enorme davanti ai profughi e alle guerre. Occorre, allora, pensare da un punto di vista dialettico e comprendere le contraddizioni che sono alla base delle carenze amministrative europee nel gestire tale flusso di profughi o altre questioni inerenti la politica europea all’interno dello scacchiere interno: per anni si è creduto che l’asse Parigi-Berlino fosse il fulcro della dinamica politica europea, ma tale sistema sembra vacillare; si è compiuto, inoltre, l’errore fatale di considerare l’Europa mediterranea (Italia, Spagna, Portogallo, Grecia) come periferica, quindi assoggettata alle logiche amministrative centralistiche della Mitteleuropa (Germania) o dell’Europa occidentale (Francia e, in parte, Regno Unito). Tutto ciò ha portato a squilibri molto forti che la crisi attuale sta mostrando in tutta la sua drammatica cogenza. L’Ungheria, l’Austria, ma anche i Paesi scandinavi (Svezia in primis) stanno chiudendo le frontiere o intensificando i controlli presso le dogane nazionali per impedire che il flusso di profughi possa diventare ancora più ingestibile; la Polonia entra in diatriba politica con la Germania proprio sulla questione delle quote di profughi da assegnare e riemergono vecchi rancori germanofobi da un lato e slavofobi dall’altro. Anche qui, occorrerebbe fare chiarezza e ponderare pragmaticamente i giudizi politici senza cadere né in uno sciovinismo nazionalista retorico né in un europeismo buonista e parolaio che non tiene conto delle differenze storiche e culturali delle differenti realtà nazionali europee. La Polonia o la Repubblica Ceca, ad esempio, hanno fatto salti mortali per entrare a far parte dell’Unione Europea e beneficiare dei vari programmi economici, ma quando si è trattato di manifestare una concreta solidarietà europea, hanno mostrato il loro atteggiamento fortemente nazionalista. Lo stesso dicasi della Gran Bretagna, la quale, con tipico pragmatismo anglosassone, sa gestire e manipolare al meglio la sua posizione geo-politica e culturale non continentale, creando delle pressioni talvolta veramente supponenti nei confronti di altri Paesi Europei, come Germania, Francia e Italia che hanno un’economia e una storia culturale europea non inferiore a quella britannica. Inoltre, non si comprende bene dove finisca e dove termini l’Europa a livello geo-politico: geograficamente l’Europa termina al confine della catena montuosa degli Urali, ma, per molti, finisce al confine polacco o forse a quello tedesco. Anche qui occorre elaborare una politica di integrazione europea che possa concretizzarsi in una chiarezza di responsabilità comuni europee costruttive per un futuro di pace ed equità sociale all’interno del Vecchio Continente.
©Alessandro Ialenti 2016
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