RAZZISMO E INTEGRAZIONE: CAUSE E PREVENZIONE (Patrizio Calzolai) A causa di guerre, spostamenti massicci di persone e terrorismi vari, l’Europa e il mondo stanno affrontando problemi di integrazione fra gli autoctoni e i nuovi arrivati, delle volte, basati su sospetti giusti e sensati da parte della popolazione locale, delle volte, invece, caratterizzati da estremismi razzisti ingiustificati. I politici, spesso, accusano la popolazione di populismo, e razzismo, ma le domande che sorgono spontenee sono sostanzialmente due: i politici, e i vari sistemi nazionali, cosa hanno fatto per prevenire il fenomeno? È possibile prevenire il fenomeno del razzismo in sé e per sé? Nella storia mondiale, abbiamo avuto molti imperi multietnici e multiculturali, che hanno resistito nel tempo, e stati monoetnici che si sono facilemente sfaldati. La storia insomma ci dimostra che esistono casi in cui una convivenza multietnica è possibile. L’antica Roma, era uno di questi, un altro era l’impero russo, la Russia attuale, l’Indonesia e la Malesia attuali. Insomma, la storia in sé mostra che molte etnie possono convivere pacificamente su di uno stesso territorio. A questo punto ci si potrebbe chiedere: non potrebbe essere che il razzismo venga proprio indotto da errori politici e dalla relativa irresponsabilità amministrativa? Analizziamo il caso dell’impero romano: molte etnie si riconoscevano in Roma, molte religioni venivano professate e tollerate. Insomma, era un classico esempio di multiculturalismo. La domanda quindi nasce spontanea: cosa teneva insieme allora queste etnie differenti? Esisteva un’accettazione comune di ciò che era vietato, ovvero esisteva uno standard minimo di convivenza che affermava che ciò che era illecito a Roma, lo era anche in ogni angolo dell’impero romano. Questo tratto lo ritroviamo in ogni vera società multiculturale: La sanzione comune di ciò che è illecito diviene un elemento comune di ogni comunità; persino in società più primitive, come quella egiziana attuale, sono presenti critiche nei confronti della società occidentale attuale; tali critiche sono comuni sia tra i copti sia in altri gruppi islamici. È interessante sottolinearec che tanto nella società malesiana, quanto in quella indonesiana e russa, si verifica lo stesso identico fenomeno: vigono limiti comuni, che decretano cosa è sbagliato fare, e gran parte di persone di diversi gruppi etnici presenti sul territorio le accettano, seguendo il concetto: sono del posto perchè per me un determinato comportamento è sbagliato e condivido il principio di sanzione comune alla società nella quale vivo. Nell’Unione Europea o in Europa in senso lato, o nel mondo occidentale è presente questa idea? Leggiamo i fatti di cronaca: «il tribunale di tale cittadina assolve un profugo che ha stuprato un bambino», «tribunale assolve padre che manda in coma la figlia minorenne, la quale non accetta un matrimonio combinato in patria per attenuante culturale»; poi improvvisamente leggiamo: «tolta patria potestà a due immigrati che avevano praticato infibulazione alla figlia con espulsione esecutiva».Insomma dai fatti di cronaca, noi leggiamo che nel mondo occidentale esistano poche idee e confuse. Ma da cosa dipende ciò? Ci aiuta in questo il parlamentare liberale inglese di origine pakistana Nawaaz, ex salafita, convertito alla causa liberale antirazzista, mostrandoci il problema: «Per lungo tempo, il mondo occidentale è stato imperialista, sia in senso positivo che negativo, questo imperialismo ha, in realtà, generato due forme di razzismo: la classica, la più conosciuta, è quella de razzismo di estrema destra, il quale sostiene che colui che è barbaro è un selvaggio incivile e può solo essere schiavizzato e sfruttato; la seconda forma di razzismo, meno conosciuta, che si è autoalimentata dal senso di colpa coloniale, consiste in razzismo delle basse aspettative tipico dell’estrema sinistra regressiva. Questa tipologia di razzismo è più subdola, perchè associa alla condizione di immigrato/persona di altra etnia, quella di una persona incapace di raggiungere standard minimi comuni di convivenza civile, e quindi mentalmente disabile. Interessante: un immigrato di seconda generazione, di successo, ci dice che noi autoctoni occidentali crediamo inconsciamente che loro siano incapaci di raggiungere i nostri standard di convivenza comune. Vediamo un altro paese multiculturale con varie tensioni etniche come gli Stati Uniti d’America, sentiamo cosa ci dice un membro di successo della comunità afroamericana, il cestista Charles Barcley: «Se e’ vero che nella storia noi neri siamo stati schiavi e sfruttati, è anche vero che, fra i bianchi e i neri, si e’ diffusa l’idea che il successo, e la crescita culturale comune siano cose per bianchi, tendenzialmente noi stessi afroamericani associamo all’essere nero essere selvaggio, appena iniziai a avere successo, molti della mia comunità natale iniziarono ad evitarmi, perchè, a parer loro, ero diventato bianco.» A me sembra che i due sottolineino lo stesso identico concetto, e che Barcley aggiunga, che il razzismo delle basse aspettative metta una comunità all’angolo, facendo diffondere l’idea che se un membro della comunità ha successo è perchè ha antenati dell’altra comunità. Si tratta, insomma, della tipica mentalità propensa ad inserire le minoranze nel ghetto. A questo punto ci si potrebbe domandare: dal punto di vista delle maggioranze, come viene percepita questa mentalità? Chiaramente in senso negativo, un membro della comunità maggioritaria, sentendo i mezzi di comunicazione di massa, che amplificano di molto il messaggio, faranno passare l’idea: le minoranze possono fare di tutto, poiché sono minoranze. Il messaggio pertanto genererà paura nella maggioranza che cercherà rifugio nella prima tipologia di razzismo, il quale asserisce che i barbari sono animali da trattare male schiavizzarli e uccidere, se necessario. Insomma nella società occidentale i due razzismi si autoalimentano l’un l’altro, e questo impedisce in se l’integrazione degli elementi migliori delle minoranze e ne facilita, purtroppo, la ghettizzazione. Col passare del tempo si è visto che il razzismo delle basse aspettative è tipico dell’alta borghesia, mentre quello del cattivo selvaggio è tipico della classe popolare: tutto questo crea una sorta di conflittualità permanente che, spesso, coinvolge anche minoranze che hanno successo. Quando minoranze che hanno successo, o si integrano vengono coinvolte con la maggioranza, si crea pertanto quel fenomeno, non raro nella storia, nel quale un immigrato diventa capo del gruppo politico, il quale, a sua volta, fomenta il razzismo del cattivo selvaggio. Molti dimenticano che Hitler fu un immigrato austriaco in Germania, peraltro illegale, il quale e ottenne la cittadinanza tedesca solo dopo essere diventato cancelliere. I soliti benpensati , progressisti da salotto potrebbero quindi chiederci cosa allora dobbiamo fare per superare l’ empasse? Innanzi tutto dobbiamo iniziare demarcare in modo netto i confini tra ciò che è lecito e ciò che è illecito, nella società occidentale, non avendo poi alcuna paura o esitazione ad imporli anche in maniera dura, se necessario. Sentenze giudiziali, come le due recenti all’interno dell’Unione Europea: quella che assolve un padre immigrato, il quale ha mandato in coma la figlia minorenne perchè ella non accettava un matrimonio combinato, e quella che assolve un rifugiato pedofilo, che aveva barbaramente stuprato un bambino, dimostrano l’irresponsabilità della politica e dell’amministrazione giudiziaria nello gestire il fenomeno, fomentando, in modo anche indiretto, la diffusione del razzismo violento del cattivo selvaggio. Alcuni Paesi si stanno muovendo verso la giusta direzione: il caso dell’Irlanda e della Polonia, le quali hanno definito un gruppo di reati, i quali constatano la mancata integrazione dell’immigrato: a) infibulazione per le donne, b) poligamia, c) organizzazione di matrimoni combinati con figli minorenni, d) matrimoni con bambine minorenni, e)indossare il burka, f) pestare mogli e figli, g) stuprare bambini. Se uno di tali reati dovesse venire commesso da un’immigrato apparentemente «integrato», viene imposta l’aggravante culturale, seguendo il seguente ragionamento: se lo fai a causa della tua cultura, devi essere espulso, perdendo la cittadinanza e la patria potestà. Chi commette questi reati, chiaramente, manifesta una precisa volontà di non volere integrarsi con gli autoctoni. Qualcuno potrebbe pensare che siano misure draconiane, in realtà, a mio avviso, esse vanno verso la giusta direzione, perchè evitano il saldarsi sociale tra la classe medio bassa degli autoctoni e gli immigrati integrati e arricchiti che hanno portato al nazismo in Germania (Hitler). Oltre a ciò, occorre ricordarsi che se esistono immigrati, i quali ritengono legittima l’applicazione di queste sanzioni, molti altri immigrati, al contario, non le ritengono legittime e non le applicano, non si vede quindi per quale motivo dovremmo favorire gli immigrati con usi e costumi più bassi rispetto ai nostri occidentali; usi e costumi che ledono spesso i diritti della donna e dei minori, in modo palese.Al fine di favorire l’integrazione dovrebbe essere anche sottolineato che chi è poligamo, ha sposato una minorenne, fatto infibulare la rispettiva figlia o le ha imposto un matrimonio combinato, non possa in alcun modo ricevere alcun visto turistico più lungo di 1 mese. L’applicazione della normativa dovrebbe essere molto dura e dovrebbe portare al licenziamento di giudici e impiegati pubblici che non la applicano. Qualcuno potrà credere, forse, che tali normative siano estremamente dure, dimenticandosi, però, che il razzismo delle basse aspettative genera, per reazione dialettica, il pericoloso razzismo del cattivo selvaggio, il quale poi, quando classe popolare autoctona si salda con gli immigrati di successo, potrebbe far ritornare regimi razzisti criminali, come quello nazista. Al contrario, il metodo delle sanzioni condivise e comuni, da imporre all’interno di uno Stato nazionale sovrano, ha creato sempre integrazione, superando la separazione fra gli autoctoni e i nuovi arrivati, evitando razzismo e realizzando, di fatto, una società armoniosa. Negli stati multietnici, ogni comunità è conoscenza delle norme di comportamento lecite e illecite per quella determinata società, nella quale una determinata comunità etnica vive in armonia con le altre, senza che a nessuna di esse giunga l’idea che sia permesso tutto. Questi principi servono in sé alla costituzione di una sana e coesa società; persino Hegel, Marx e Gramsci basavano la costruzione di una società stabile, incentrandola sulla presenza di una forte egemonia culturale. Loro applicavano la cosa in senso positivo, ma in una società complessa, come quella attuale, l’egemonia culturale la si dovrebbe applicare in senso negativo: un certo uso o costume è tollerato, solo fin quando il suo esercizio non raggiunga le colonne d’ Ercole della società nella quale viviamo. Se la politica europea smettesse di esacerbare la dicotomia dei due razzismi e iniziasse a imporre delle colonne d’ercole stabili per una futura convivenza, il razzismo e le paure pian piano sparirebbero. (Patrizio Calzolai ©2016)

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