Filosofia dell'arte: intervista rilasciata da Elisabetta Fadini ad Alessandro Ialenti

Elisabetta Fadini: Attrice, sperimentatrice vocale, scrittrice .
Alessandro Ialenti: Filosofo, musicista e scrittore 


Alessandro Ialenti: Qualche anno fa, partendo da una tua iniziativa, fu elaborato il „Manifesto del reading“, che, se non erro, è il primo manifesto multi artistico apparso in Italia, dopo quello futurista de 1909; molti attori, cantanti e musicisti italiani lo hanno sottoscritto, condividendone i contenuti. Potresti spiegare, ai nostri lettori, in modo sintetico e preciso, in cosa consiste il reading? Cosa differenzia il reading dalla tecnica del recitar cantando o dall’interpretazione canora tradizionale?


Elisabetta Fadini: «Quando abbiamo deciso di sottoscrivere il “Manifesto del Reading“, io e Stefano Bollani dapprima e poi altri artisti italiani firmatari: Alessandro Bergonzoni, Paolo Fresu, Mauro Ermanno Giovanardi, Cristiano Godano, Gianni Maroccolo, Fabrizio Bosso, Rosario Giuliani, Elena Ledda, Gianmaria Testa, Daniele Scannapieco, Enrico Brizzi, Garbo, Lello Voce, Max Manfredi, abbiamo pensato alla vocalità. Il manifesto tratta della vocalità nella sua totalità, che va dalla recitazione vera e propria al canto. Tale manifesto, che è stato redatto nel 2009, a cento anni esatti dal manifesto futurista, si rapporta alla voce e alle sue dimensioni che vanno dalla declamazione, alla recitazione, al recitar cantando, a cui faceva riferimento Carmelo Bene, ad esempio, ma a differenza della sua visione, nel reading si trova una perfetta coesione e sinergia di musica e voce. Non è solo la voce a seguire la musica, ma anche la musica a seguire il ritmo del testo o le sue dinamiche liriche. Nel reading è la voce a lasciarsi ispirare dalla musica, ma è anche il musicista ad entrare in sinergia con ciò che la voce va evocando. Posso dire che nel reading accade il contrario della recitazione tradizionale: non è l’attore che recita, accompagnato dalla musica, ma è la voce dell’attore o cantante che, nella lettura, si fonde con la musica e viceversa».


Alessandro Ialenti: «Come è nata l’idea di portare in scena lo spettacolo Village Vanguard: potresti descriverne i contenuti e la struttura estetica fondamentale?»

Elisabetta Fadini: «Già diversi anni fa, iniziai a collaborare con diversi jazzisti, sia italiani che stranieri, e, da questo mio percorso, è nata l’idea di portare in scena le origini del jazz, non solo suonando gli standard jazz, ma anche e soprattutto, raccontando aneddoti, ispirati ad un libro scritto da Max Gordon sull’apertura del Village Vanguard: un testo molto importante, poiché non è incentrato solo sugli aspetti meramente musicali, ma anche su quelli umani e sociali dei jazzisti di allora; a quell’epoca non era facile essere musicisti di colore. Spesso i musicisti di colore venivano fermati dalla polizia e bloccati, venivano discriminati. Vorrei, a tal proposito, citare una donna tedesca la baronessa Nica De Koenigswarter che fu la loro mecenate, moglie di un ambasciatore, la quale si trasferì a New York e aiutò molti musicisti, tra i quali si annovera anche Thelonius Monk. La vita di questi jazzisti fu molto complessa e controversa e lo spettacolo vuole mettere in scena anche questa dimensione umana e storica.»


Alessandro Ialenti: «Come concepisci la tua vocalità all’interno del contesto esecutivo e scenico di Village Vanguard

Elisabetta Fadini: «Ho concepito la struttura della regia e dello spettacolo su un „incastro“ fra tre elementi portanti: la tromba di Bosso, la mia voce e quella di Jon De Leo. La tromba è affine alla vocalità umana ed essa entra in sintonia perfetta con la mia voce recitata e con il canto di De Leo, che sviluppa una suo fraseggio sulle diplofonie e su altri aspetti vocali. Si tratta di una sorta di scambio che crea un’armonia fonetica, musicale, scenica ottimale tra i vari elementi.»


Alessandro Ialenti: «Potresti brevemente descrivere le qualità peculiari dei singoli musicisti con i quali collabori e spiegare l’affinità artistica che vi accomuna?»

Elisabetta Fadini: «Premetto che io amo il jazz in particolar modo, poiché amo molto lavorare sull’improvvisazione vocale e questo mi dà la possibilità di spaziare e di creare nuovi percorsi fonetici, musicali e lirici e Fabrizio Bosso è un trombettista meraviglioso, poiché coglie al volo la melodia vocale in modo perfetto: Bosso è eclettico, riesce a spaziare perfettamente dal jazz, al pop, al blues. Fabrizio conosce molti passaggi del blues, che è all’origine de jazz e, non a caso, proponiamo molti fraseggi blues o blues-jazz, proprio per far ritornare il bee bop alle sue origini. Per ciò che riguarda John De Leo, lo adoro, poiché ha una vocalità spontanea e naturale, egli ha una capacità di rincorrere la sonorità della sua voce in modo naturale e non falsamente impostato; ciò è dovuto alle sue qualità tecniche indiscutibili: egli riesce a cantare e ad improvvisare in modo originale: ogni concerto è caratterizzato da una evoluzione dinamica di qualcosa di nuovo, che vive ogni sera sul palco.»

Alessandro Ialenti: «Si potrebbe dire che lo spettacolo che proponi più che ad una rappresentazione della storia del Village, è una evocazione nel senso più autentico della parola?»

Elisabetta Fadini: «Certo, io posso dire che il pubblico ha colto questo aspetto evocativo. Molto del pubblico che è entrato, dopo lo spettacolo, nei camerini per chiederci gli autografi o scattare fotografie, ci ha comunicato che gli abbiamo parlato con il cuore. E, sai bene Alessandro, poiché anche tu sei un artista, quanto è importante riuscire a parlare direttamente al cuore delle persone. La cosa più bella è riportare il pubblico in un’altra epoca, quella delle origini del jazz, pur nella contemporaneità. È vero: facciamo gli standard jazz, ma interpretati oggi, alla luce di tutto quello che c’è stato negli ultimi decenni: siamo riusciti non solo a suonare jazz, ma a trasmettere una serie di valori estetici più ampi ed eclettici, poiché, come artisti, viviamo in un mondo di influenze ampie che ci arricchiscono reciprocamente. Cerchiamo sempre di dare qualcosa di bello al pubblico, che possa dare energie positive.»


Alessandro Ialenti: «Parlando con un mio amico berlinese, che si occupa di musica antica e che suona, come me il clavicembalo e il piano, dicevamo di come il Jazz sia una musica che fonde orizzonti storici lontani in una nuova sintesi: in fondo, i jazzisti utilizzano le antiche scale modali, patrimonio della musica occidentale antica, con il blues, che proviene dai ritmi africani: in tal senso il jazz è una musica di fusione di cultura, sotto questo aspetto non ho mai compreso le critiche che Adorno mosse al jazz, egli fu un grande filosofo, ma prese un abbaglio, a mio avviso, nella sua mancata considerazione della musica jazz. Condivi?»



Elisabetta Fadini: «Sono perfettamente concorde con te, Alessandro. Ci sono molti elementi culturali che possono essere legati al linguaggio del jazz».


Alessandro Ialenti: «I testi poetici che proponi sono, come ogni testo creativo, dotati di una propria musicalità e ritmicità, esattamente come ogni brano musicale. Credi anche tu nella fusione perfetta di parola e musica, nel senso wagneriano? Wagner parlava di Gesamtkunstwerk, di «opera d’arte totale», come fusione perfetta di musica, parola e danza: credi che, in un contesto musicale ben diverso da quello wagneriano, il reading sia sulla stessa lunghezza d’onda concettuale?»

Elisabetta Fadini: «Ti ringrazio per avermi posto queste domande: credo che questa sia una delle più belle interviste che mi siano mai state fatte. Quando ho letto le domande che mi hai inviato, mi sono quasi commossa, poiché in esse si riflette la tua profondità umana e culturale e ti ringrazio di ciò, Alessandro. Per rispondere alla tua domanda: assolutamente sì. Credo fortemente nella fusione delle forme d'arte: musica, voce e gestualità che naturalmente fluisce. Credo nella visione wagneriana che vuole superare le barriere schematiche tra strutture formali, riunendole in una fusione dinamica. Come attrice e artista posso dire che io vado a tempo con la corporeità, fisicità e gestualità dei musicisti, con i quali collaboro e mi esibisco. Si tratta di una sorta di danza in senso esteriore ed interiore».


Alessandro Ialenti: «Che importanza ha la mimica, la gestualità e il linguaggio del corpo nel contesto della tua esibizione vocale e canora all’interno dello spettacolo che proponi?»

Elisabetta Fadini: «Io penso, in realtà, che la gestualità possa essere tanto importante: si tratta di un’onda sonora che entra dentro al corpo, ma credo, al contempo, che l’onda sonora che per comunicare possa rispecchiassi anche nell'immobilità esteriore della corporeità. La voce può comunicare anche il gesto scenico di un braccio. La mimica e la gestualità esiste anche in senso metaforico. In certi momenti è meglio che ci sia una immobilità del corpo che viene dinamizzata dalla voce, dalla vocalità: l'utilizzo delle corde vocali come strumento che crea dinamismo. La voce non è solo espressione fonica, ma anche forza evocativa».


Alessandro Ialenti: «La voce è legata non solo al suono, ma anche all’atmosfera, come, ad esempio, la lingua tedesca coglie perfettamente, in quanto la voce Stimme (voce) è connessa a Stimmung (atmosfera). Purtroppo ci sono artisti, attori o cantanti, che oggi, non coltivano la voce nella sua profondità. Sei d’accordo?»

Elisabetta Fadini: «Assolutamente sì. Pensa, ad esempio, a David Bowie, il quale aveva sì una bella voce, ma non era sicuramente Frank Sinatra, eppure, egli è riuscito a fare un suo percorso straordinariamente autentico e personale, così come Patty Smith o Nico: esempi di personalità forti e coerenti che hanno sviluppato i loro percorsi artistici in modo autonomo. Io, ad esempio, mi sono cimentata in passata con compositori come Schönberg, Berio: ho imparato molto da loro che hanno esplorato nuovi mondi sonori, anche esplorando la voce e cercando l'essenzialità dell’evocazione. Io ho collaborato con molti musicisti stranieri, tedeschi, americani, francesi. Gli americani non guardano solo alla tecnica o alla pronuncia del testo, ma alla personalità artistica che si esprime nell’esecuzione medesima.


Alessandro Ialenti: «Io, come ben sai Elisabetta, ho una visione religiosa del teatro, che deve essere, a mio avviso, un evento sacrale, e credo in questo percorso di recupero della scrittura di scena di cui parlava Bene, il quale si legava a Delèuze o Lacan, andando oltre il testo formale, sublimandolo, sperimentando oltre il testo medesimo. Al di là della posizione radicale e sperimentale di Carmelo Bene, credi anche tu che il teatro debba tornare ad essere un evento spirituale piuttosto che una semplice messa in scena?»


Elisabetta Fadini: «Assolutamente sì. Credo fortemente nella forza dell’improvvisazione, del dinamismo e della comunicazione sacrale della scena, che è come una preghiera o un atto di evocazione nel quale si crea un momento di crescita spirituale del pubblico che partecipa: si tratta di particelle energetiche che comunico. Non mi piace intrattenermi con il pubblico, credo che sia importante riscoprire l’aspetto sciamanico del teatro. Quando la Fenice di Venezia andò in fiamme, lessi un articolo di un giornalista, che mi colpì molto, egli scrisse il „teatro è la casa delle anime“: ecco, è là, l’essenza del teatro. Quando vai a vedere un’opera teatrale o un concerto, esci e sei cambiato. Io credo nella ricerca che oltre la scrittura di scena. Ci sono molte barriere da superare: il copione o lo spartito sono solo una basi, che non devono essere gabbie: occorre andare oltre e ampliare il percorso artistico nell’evento scenico, in modo diretto, spontaneo e dinamico».

Alessandro Ialenti:  «Condivido perfettamente ciò che tu affermi: io, ad esempio, distinguo non tra „artisti bravi“ e „non bravi“, ma tra „artisti autentici“ e „artisti non-autentici“: i primi sono coloro che creano il loro mondo poetico e lo trasmutano, mentre i secondi si svendono e banalizzano, purtroppo, la loro arte per banalizzarla. Tu appartieni, e lo dico con la massima sincerità, alla prima categoria: quella degli artisti autentici. Condividi questa mia distinzione tra artisti autentici e artisti non-autentici?»

Elisabetta Fadini: «Certo. Ti ringrazio per la stima. All’origine del mio percorso artistico, mi occupavo di pittura e arti figurative, ma poi conobbi Roberto Sanesi, un grande traduttore, il quale mi fece conoscere i testi e la musica di Schönberg. Agli inizi fui sconcertata, poiché mi trovai davanti ad un complessità così ampia e profonda che mi spiazzò. Tuttavia fu ciò mi stimolo a ricercare, egli mi fece imparare dai libretti d’opera in lingua tedesca: all’inizio la cosa mi risultò ostica, ma poi, ho iniziato ad amarla. In quella sfida ho trovato un’energia enorme, che poi ho ritrovato nelle collaborazioni con il Living Theatre. Ho cercato di ricercare gli elementi energetici presenti nella mia persona, che come mi disse Judith, ha in sé elementi femminili e maschili, quasi androgini. Io cerco sempre di arricchirmi culturalmente e umanamente: non si finisce mai di imparare e di esplorare. È tutto un viaggio sonoro, artistico, emozionale che porta ad altro e fa rinascere interiormente, ampliandoci e arricchendoci come esseri umani.»

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 © Alessandro Ialenti & Elisabetta Fadini
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